Giù il muro #losguardodeglialtri

dearfuturemom1

Oggi è la giornata mondiale della Sindrome di Down e in occasione di questa ricorrenza noi Instamamme abbiamo deciso di rispondere alla richiesta di una meravigliosa mamma blogger che seguiamo sempre con piacere.
Barbara è la mamma di Killò, un bimbo con la Sindrome di Down, e il suo blog (unamammafattacosì) è il diario della sua vita da mamma di un bimbo “speciale”, oltre che di una bellissima bambina Biondazzurra.
In questi giorni Barbara, insieme con altre mamme blogger “speciali” che troverete nel link a fondo pagina, ha lanciato una campagna per abbattere il muro tra noi mamme “normali” e loro, mamme di famiglie e di bimbi “speciali”.
Quando incontriamo un bambino con la Sindrome di Down noi mamme “normali” cosa pensiamo? Dietro uno sguardo che viene distolto troppo in fretta, oppure che indugia un tempo innaturale cosa si nasconde? Diffidenza, paura, commiserazione, pena? Dietro alle frasi impacciate di circostanza e spesso veramente idiote che si sente rivolgere una mamma di un bimbo con Sindrome di Down che pensieri ci sono?
Barbara lo chiede a noi, mamme “normali”, senza volerci giudicare ma con la volontà di capire perché creare un ponte tra noi e loro è il modo migliore per far si che alla fine non esista più “un noi” e un “loro”.
Io non posso cercare di rispondere a queste domande senza pensare che per un brevissimo periodo della mia vita mi sia sentita in bilico su questo muro a guardare le due realtà che mi si presentavano sotto, da una parte una vita di cosiddetta normalità e dall’altra una vita con un figlio con la trisomia 21.
Avevo, infatti, avuto un tritest positivo per la Sindrome di Down.
Ricordo con chiarezza la disperazione e lo sgomento provati quando mi comunicarono l’esito del tritest invitandomi ad approfondire con urgenza per poter prendere decisioni in tempo utile. (Leggasi eventualmente abortire entro i termini di legge).
Ricordo lo smarrimento totale provato di fronte all’eventualità di dover prendere una decisione del genere, una decisione impossibile e assurda da prendere per qualsiasi genitore.
Ricordo di aver considerato le infinite e spaventose variabili che l’eventualità della Sindrome di Down avrebbe portato nella mia vita e soprattutto nella vita del mio primogenito, il quale forse più di tutti avrebbe pagato il prezzo della mia decisione.
Soprattutto ricordo la paura, immensa, che toglieva il fiato, che paralizzava e rendeva incapaci di guardare il futuro.
Poi ci fu l’amniocentesi, Leonardo aveva un cariotipo normale e tutto passò.
Ora è facile e comodo pensare che avrei tenuto il bambino in qualsiasi caso ma la verità è che non so cosa avrei fatto, se le cose fossero andate diversamente.
Quindi, cara Barbara, io non ricordo cosa provavo prima quando incontravo dei bimbi con la Sindrome di Down, probabilmente, che orrore, nemmeno li vedevo, anche se li guardavo.
So però cosa provo oggi: un grandissimo senso di colpa per aver provato tutti i sentimenti negativi che ho provato e che quando vedo un bimbo “speciale” si sciolgono come neve al sole.
Un bambino con la Sindrome di Down, con il candore della sua esistenza, mi ricorda che sottoprodotto della nostra cinica società sono invece io, mi ricorda che sono stata così codarda da avere paura di un bambino indifeso solo perché non perfetto, secondo i canoni di chi, poi.
Ho avuto paura di non saper amare mio figlio, ho avuto paura di non poter sopportare i suoi problemi, è questo è abominevole.
Quando vedo un bambino con la Sindrome di Down con la sua mamma, vedo quella che avrei potuto essere io ma che forse avrei avuto paura di diventare.
Forse provo anche sollievo nel sapere che mio figlio è “normale” e, la sua vita, almeno a livello teorico, sarà più semplice.
Io guardando un bimbo con la Sindrome di Down l’unica persona per cui provo pena, in fin dei conti, è la sottoscritta.
Credo anche che di sguardi come i miei, cara Barbara, ce ne siano di più di quanto immagini: il mio post sul tritest ogni giorno è visualizzato almeno dieci volte da un anno a questa parte, di mamme che hanno passato quello che ho passato io ce ne sono centinaia, peraltro abbandonate a loro stesse in questo limbo in cui il tempo si ferma, a cercare informazioni su Internet.
Grazie, cara Barbara, di aver voluto provare a dare voce agli sguardi, è utile a tutti, infatti, provare a mettersi nei panni degli altri ed è stato anche utile riflettere sul fatto che spesso uno sguardo dice più di mille parole, quindi bisogna saper ponderare esattamente come si fa con le parole, per non ferire e per non alzare muri d’incomprensione.
Grazie infine per averci lasciato usare la tua bellissima foto in cui in vostro sguardo dice davvero, davvero tutto.

http://www.mammafattacosi.com/2014/03/giu-il-muro-losguardodeglialtri.html

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  1. Pingback: Giù il muro! | imprevisti

  2. Eccomi qua. Cara cara Ombrosa, ho dovuto rileggerlo più volte il tuo post e aspettare che la reazione emotiva che mi suscita passasse un pochino. 😉 quel muro fra mamme diverse, io, e mamme uguali, tu, a volte sembra solo una malefica invenzione, perché la nostra somiglianza è tanta, come sono simili i sentimenti, le emozioni.
    Ho provato anche io queste emozioni che descrivi e soprattutto la paura, per me, per lui e poi il senso di colpa per la mia piccolezza, con la differenza che Killó era nella mia pancia e poi tra le mie braccia. E forse quel senso di colpa può essere il primo passo per accettare che siamo limitati, pieni di pregiudizi che nemmeno sappiamo di avere, assolutamente imperfetti, tutti senza eccezione ma possiamo migliorarci. Bisogna lavorarci su e, per me, è un lavoro a tempo pieno 😉
    Non so se sono riuscita a spiegarmi, ma ci riprovo: non sono gli sguardi come il tuo a fare male. Io vedo empatia e partecipazione e vorrei incontrarti sulla mia strada ogni giorno 😉
    Grazie proprio dal cuore

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