Vita da Patati expat

Mentre eravamo nell’aeroporto Charles De Gaulle, a Parigi, in attesa di ripartire alla volta di Abidjan, ieri, improvvisamente mi sono chiesta cosa significhi per i miei figli tutto questo.

I Patati hanno tre case, due lingue e due dialetti (quello romano e quello maremmano), amici con cui parlano in francese e amici italiani. Hanno accenti diversi quando sono in Costa d’Avorio e quando sono a Roma.
Hanno tre camere da letto, tre tipi di giochi diversi, tre quotidianità nettamente differenti l’una dall’altra.

Piergiorgio, che ha iniziato a leggere in francese e che legge qualsiasi (qualsiasi!) (quindi occhio a cosa lasci in giro, fra) cosa, in questa vacanza italiana ha imparato a leggere anche nella sua lingua madre, da solo. Nonostante un piccolo periodo di defaillance iniziale (quando leggeva i gruppi sillabici italiani alla francese, per cui una parola tipo “unto” la leggeva “ento”, con una n nasale da far paura), ormai ha capito che in italiano deve leggere tutti i suoni così come sono scritti e che non ci sono accenti e quindi in italiano legge tranquillamente; fatta la prova con il francese, legge serenamente, anche se con meno facilità, lo stesso.

Vedo Valerio che all’epoca del nostro primo viaggio, in quel novembre 2011, aveva neanche tre anni e che era un bambino piccolo, spannolinato da sei mesi, autonomo nel linguaggio ma che aveva bisogno del rialzo per andare in bagno da solo. Oggi ha cinque anni,  mi arriva alle tette, si taglia la carne da solo, sa scrivere il suo nome, parla francese (anche se, si vede, preferisce più l’inglese come lingua, per quanto ne faccia ancora poco a scuola), è in grado di capire due lingue, si veste da solo ed è un nerd dei dispositivi elettronici.

Vedo Piergiorgio, che invece allora aveva 4 anni e mezzo, che oggi parla, scrive e legge (non perfettamente ma insomma se la cava) in due lingue, che preferisce vedere i film in francese, che racconta tutto ciò che gli accade e che gli accade intorno.
Quando è iniziata la nostra avventura era un bimbotto timido e curioso, ora è sbocciato in un bambino intelligente, affamato di scoprire e sapere, vagamente presuntuoso e con poca propensione a perdere (e in questo i geni materni non aiutano, purtroppo), coccoloso e dolce. Oggi fa domande mirate e precise, incamera le risposte e le rielabora in pensieri a volte lineari a volte no. È insomma un bambino sulla strada della crescita, da cui era ben lontano in quel novembre che ormai ci appare sbiadito.

Non riesco mai a capire veramente quanto questa vita da expat, da persone sospese tra due mondi e tre case, abbia inciso e incida sul loro modo di guardare la vita.
Quanto, tutto questo, a volte pesi anche a loro. Quanto sia spiazzante avere una quotidianità e poi ogni sei mesi cambiarla per uno o due mesi e poi ricominciare dove si era lasciato senza soluzione di continuità.

Per noi grandi è straniante: quando torniamo in Italia ci sentiamo addosso come una grande coperta che, se da un parte ci scalda il cuore, dall’altra ci pesa sulle spalle. Tornare in Africa è un sollievo, è brutto dirlo, è brutto leggerlo per chi ci legge, ma è la verità: tornare ad una quotidianità più caotica, piena, incasinata e francamente difficile ma in cui hai le tue cose, le tue abitudini, i tuoi spazi di manovra… è rilassante. Non che stare in Italia non sia bello eh, ma non è Casa, ora come ora.

Come i Patati vivano questa situazione è difficile comprenderlo: non credo abbiano una tale coscienza di sé da capire l’origine di un potenziale disagio, a cinque e quasi sette anni.
Onestamente, li vedo sereni. Affrontano ogni partenza e ogni arrivo, ogni cambiamento, ogni lingua con normalità.

La differenza sostanziale tra noi e loro è che noi, quella normalità, ce la siamo dovuta costruire e conquistare da ultratrentenni e a loro è calata addosso da bambini.
I Patati non vedono la diversità, non percepiscono la malizia, non hanno paure e aspettative, prendono la vita come viene e se ne godono tutti gli aspetti positivi.

Ieri la nostra vita passava per l’aeroporto Charles de Gaulle, per un’alzataccia alle 5 del mattino, per due tratte aeree, per bagagli da ritirare e controlli da fare, per il rientrare alla temporalmente più stabile delle nostre tre case con circa trenta gradi in più di quelli con cui eravamo partiti al mattino.
Noi eravamo, ovviamente, ciancicati al limite alto dell’esausto, loro erano lì sereni a giocare, a vedere, a chiedere.

Quando mi sento una pessima madre, cosa che accade sovente, mi dico che la loro serenità è in qualche modo un segno che non ce la stiamo cavando poi così male, in fondo.

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Informazioni su cescar76

Architetto per scelta, mamma a tempo pieno, scrittice per passione, blogger per divertimento, artista per vocazione, vivo felice nella mia Tana Africana con un Marito Paziente e due Patati che adoro.

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