Maschere e Sogni

C’era una volta una bimba. Sognava, da grande, di essere una principessa, di quelle che vivono nel castello, di quelle che srotolano la treccia, di quelle che indossano la scarpetta di cristallo.
Lo sognava principalmente perché la sua mamma le raccontava le favole e in quei minuti insieme, la sera, vivevano entrambe  un mondo ancora fatto di principi azzurri e meraviglie.

C’era una volta un bimbo. Sognava da grande di essere un eroe, un pistolero, uno di quelli che difendono l’umanità dai mostri, sposano le principesse, sconfiggono i cattivi.
Lo sognava principalmente perché vedeva il suo papà come l’eroe che avrebbe salvato lui e la sua mamma ad ogni costo e perché le storie che la mamma gli leggeva parlavano di avventure e pirati.

I sogni di quei due bambini sembravano destinati a rimanere delusi. E invece, ogni anno, c’era quel periodo magico in cui ognuno poteva diventare qualsiasi cosa volesse. E poco importa se la pistola da cowboy fosse fatta di stagnola o la scarpetta non fosse di cristallo. In quei giorni tu eri nel tuo sogno e in quelli che ti avevano in qualche modo inconscio tramandato i tuoi genitori.

Ci sono oggi due bambini, che sono figli del loro tempo e di una mancanza di sogni.
Lui ha il viso tinto di nero e indossa una divisa da calciatore; lei ha una parruccona e un miniabito da provinciale di notte, in mano tiene un bambolotto.
Hanno forse 10-12 anni in due e sono testimonianza inconsapevole del completo degrado culturale e morale della parte della società che li ha generati.

Chi ha messo loro addosso quei panni, ha vestito il loro futuro di pochezza. E probabilmente neanche lo sa. Perché mettere una maschera ad un bambino significa anche dargli un ideale, indicargli un percorso, una meta, un punto di arrivo, il sogno in cui sperare, in cui immedesimarsi nei momenti pesanti.

Se già non fosse abbastanza grave fornire ai propri figli una speranza di futuro che si realizza in calciatori e veline, c’è di peggio.
E il peggio è tutto in quel bambolotto che la bimba regge con naturalezza. È il suo bambolotto, è una bimba, è normale che lo tenga. Ma quella bambola, in quel contesto, rappresenta una bambina reale, con una storia “familiare” a dir poco agghiacciante. Una storia che non saprei neanche spiegare ai miei figli, perché è una storia non sana, morbosa, brutta, squallida e perché, sarebbe ovvio anche a loro, chi ne farà le spese è proprio quella bimba.

Quando vesto i miei bambini, quando propongo loro una maglietta invece che un’altra, loro mi chiedono sempre il perché della mia scelta o del mio suggerimento. Hanno, come quei due bambini, immagino, un’età in cui si ha bisogno di spiegazioni, in cui le risposte hanno un peso fondamentale e possono orientare, già, una futura visione del mondo.

Come quei genitori hanno spiegato ai loro figli il perché di quella maschera? Perché quei bambini sono stati così violentemente catapultati nello squallore di vicende evidentemente pruriginose ma moralmente talmente vuote da poterci sentire l’eco dell’ignoranza?

Ma soprattutto: quando, esattamente, i loro genitori hanno smesso di sognare?

Cescar76

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Informazioni su cescar76

Architetto per scelta, mamma a tempo pieno, scrittice per passione, blogger per divertimento, artista per vocazione, vivo felice nella mia Tana Africana con un Marito Paziente e due Patati che adoro.

  1. Sono basita. Non conoscevo la vicenda ma tutto quello che scrivi lo sottoscrivo dalla prima all’ultima parola.
    Non si possono depredare i bambini dei loro sogni. Provo pena per quei genitori solo perchè probabilmente sono stati a loro volta privati del sogno, e, in ultima analisi, della loro infanzia da genitori troppo ignoranti, troppo egoisti, troppo ciechi.

  2. Tecla

    Brava… non capivo perché quella foto mi avesse dato così fastidio mentre molti altri la trovavano così Ilarante… sei riuscita a descrivere esattamente quello che pensavo…

  3. purtroppo molti adulti non pensano. e non solo a carnevale.

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