Essere donna&mamma agli occhi dei bambini

Non c’è niente da fare, dei bambini è da invidiare la trasparenza del pensiero, la spontaneità di tutte le loro espressioni – ludiche, grafico-pittoriche, ecc. -, la loro intoccabile innocenza nel formulare ragionamenti.
Forse l’avrò detto ancora, ma lo ripeto volentieri perché ne sono convinta: i bambini sanno essere lo specchio di ciò che siamo, di come ci vedono dal basso della loro statura, di come ci osservano con i loro occhi sinceri e senza filtro. Ed è bello che sia così. Attraverso di loro possiamo prendere consapevolezza di cosa siamo per loro, di come ci mostriamo.
Una volta come educatrici abbiamo sorriso di Beatrice che, una bambola in fasce in braccio, con un braccio la cullava, con l’altra mano teneva un telefono giocattolo all’orecchio e camminando per la stanza parlava di lavoro: “Sì, domani prendo il treno e vengo a Roma…”. Ebbene, la sua energica ed instancabile mamma aveva avuto un fratellino e aveva ripreso a lavorare dopo pochissimo tempo, riprendendo i suoi frequenti viaggi in treno verso Roma. Viaggiava spesso per lavoro e Beatrice aveva l’idea che le mamme devono fare le mamme e lavorare insieme. In quel gioco aveva trasmesso con disinvoltura e naturalezza questo aspetto. Non esprimeva dubbi né chiedeva conferme a noi lì presenti. Era così e basta.
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Matteo per un periodo si era appassionato a giocare con asse e ferro da stiro – giocattolo, ovviamente! – … la precisione con cui stirava per finta quei pezzi di stoffa o i vestiti delle bambole ci aveva affascinate. Avevamo intuito che fosse un buon osservatore, perché piegava i lembi di stoffa con cura, passava la mano sopra, ripassava la stoffa più volte con il ferro da stiro. Un giorno non abbiamo resistito e gli abbiamo chiesto se a casa aiutava la mamma quando stirava. Ci ha risposto con immediatezza che era Rossella che stirava a casa, una signora buona e tanto simpatica, che aiutava così la mamma visto che lavorava tanto. Andando al di là di ogni giudizio che spesso ci ferma a pensieri banali, il nostro pensiero è stato invece su quanto Matteo ammirasse questa donna che stirava a casa sua: doveva averla osservata davvero a lungo perché nel gioco la sua gestualità era impeccabile. E lui esprimeva tutto questo come Beatrice: come una cosa naturale.
Quante volte poi le bambine vogliono venire a scuola con la gonna, perché “la mamma se la mette sempre” oppure con la borsetta o lo smalto – e quante volte i bambini vogliono viceversa venire a scuola con il gel come il papà… -; abbiamo anche inserito nel gioco dei travestimenti delle scarpe con il tacco perché a quanto pare nell’imitare le mamme alcune bambine le richiedevano e le hanno poi usate come “parte” fondamentale del loro gioco.
Certo, spesso nascono pensieri o riflessioni che mettono questi aspetti sotto una luce di “scimmiottamento” del mondo adulto femminile. Eppure io dico piuttosto che i bambini vivono con noi ed è normale che vogliano “mettere in gioco” ciò che vedono a cui diamo attenzione. Significa che ci osservano, che ci ammirano, che ci vedono come riferimento. Perché vorremmo vedere nei loro racconti o nei loro giochi una cosa diversa? Essi riproducono la realtà, la realtà che vivono, senza giudizio. Perché vorremmo a volte vederli riprodurre una realtà che è solo una nostra aspettativa o un nostro ideale?
Come donna, il giorno in cui vedrò mia figlia – ora è ancora troppo piccola – giocare per conto suo e mi accorgerò di intravedere alcuni aspetti che mi appartengono, proverò una grande emozione, sentirò che quel cordone ombelicale tra mamma e figlia tagliato subito dopo il parto, ha assunto un’altra forma. E che quindi esiste un cordone ombelicale invisibile che la farà crescere e diventare donna a sua volta attraverso ciò che sono io e che le mostro o le faccio vivere. Non è un grande onore?
SARA

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Un Commento

  1. Che dolcezza queste riflessioni, Sara
    Giusi

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