Feste e riflessioni

La famiglia Latana ha appoggiato tutte e otto le estremità inferiori sul suolo natio mercoledì scorso.
Come sempre con la sensazione di non appartenere più del tutto a questo posto che fino a poco più di due anni fa era l’alfa e omega di tutto il nostro vivere.
Non siamo abituati ai giorni di chiusura dei negozi, ai centri commerciali, alla scelta. Ci lascia tutto un po’ spaesati.

Un giorno e mezzo dopo essere arrivati, la fra e il Marito Paziente, da soli, sono venuti alla Terra di Mezzo, dove sono tuttora.
E sì, ovvio, lo sapevano che era il giorno di San Valentino e, ad Abidjan, volendo uscire, erano stracerti di dover prenotare, perché la società ivoriana è molto basata sull’apparire e sull’andare a mangiare fuori in genere: se unisci le due cose, capisci da solo che nelle “feste” se non prenoti non mangi, a meno che tu vada in una bettola, che insomma a San Valentino e soprattutto in Africa ma anche no.

In Italia, a sentire tutti i racconti catastrofici attraverso i social, che ci parlavano di pochi soldi, poca fiducia, poche opportunità, ci eravamo convinti che trovare posto in un ristorante non fosse un problema, nel senso che non ce lo eravamo proprio posto, il problema.
Così i nostri eroi, tranquilli, alle otto e un quarto di sera di venerdì, hanno deciso di andare a mangiare fuori. Dove mangiare fuori, significava esattamente “mangiare fuori (casa)”, visto che erano arrivati da un quarto d’ora in una casa disabitata da sei mesi, fredda di conseguenza e col frigo staccato. Insomma, non è che si volesse il ristorante tipico o romantico o chissà cosa: principalmente, si voleva mangiare.
Quindi la fra ha telefonato al nostro ristorante “non esiste venire alla Terra di Mezzo senza mangiare lì”, col marito che già guidava in direzione dello stesso e pregustava la sua tagliata ai porcini. Quando la fra ha chiesto un timido “avete posto?” dall’altra parte si è aperto il vuoto cosmico, secondo me riempito dalle risate silenziose del proprietario. Un posto, la sera di San Valentino, per due, alle otto e mezzo? O bimba ma scherzi davvero?

A quel punto la fra e il Marito Paziente si sono resi conto che se il ristorante in località culodelmondo-ciarrivisoloselosai era pieno, la serata avrebbe potuto rivelarsi difficile.
E infatti.
Arrivati a Sboronia, località sul mare famosissima per l’affabilità dei locali, si è iniziato a fare il giro di tutti i ristoranti e pizzerie che conoscevamo. Un tragedia, davvero.
Siamo finiti a mangiare, alle nove di sera, nell’unico ristorante che aveva posto: il cinese.

Insomma a Sboronia,  anche l’Orso Yoghi e Bubu erano a cena fuori, venerdì.
Che ti viene di pensare “cavoli, ma allora tutta sta recessione ma dov’è?” I ristoranti zeppi e con la lista d’attesa non ci restituivano il quadro che i social e le parole degli amici ci avevano descritto.
Ed è allora che la fra ha guardato meglio dentro ai locali, dove, al contrario di quando si abitava qui anche noi, non c’erano le solite persone agghindate a festa per far vedere che loro sì, se lo potevano permettere e voi che a San Valentino sto alla mì chasa?
Nei ristoranti la fra ha visto sì gente con l’atteggiamento di chi dimostra qualcosa, ma anche, tanta, gente normale, con atteggiamento normale, gente che si è regalata, probabilmente anche con sacrificio, una sera fuori per festeggiare e per farsi coraggio.

Quelle facce le conosco: la mia, nei primi tempi di Abidjan, era esattamente così. Uscire per gratificarsi di sacrifici. I nostri non erano economici, erano sociali, ma la sensazione di doversi fare un regalo era, immagino, più o meno la stessa. Dare un senso immediato e tangibile a una vita più complicata, come un riconoscimento personale per le rinunce che ci costava la quotidianità.
Mi ha fatto male, questa consapevolezza. Questo percepire lo stesso bisogno anche nel mio paese, quando sono abituata a provarlo sulla mia pelle per motivi talmente diversi che non riesci mai a spiegarli.
Poi magari, come si dice a Roma, me so’ fatta ‘n film e dietro a quelle facce non c’era affatto quello che ci ho visto io.

Questa Italia non la conosco più, forse. Non ero pronta a scoprirla così diversa da come l’ho lasciata e con così poca apparente fiducia nel futuro.
Inizio a chiedermi con una discreta e silente ansia come sarà tornare a questa realtà tra un anno e mezzo, perché gli ultimi due li ho passati in un posto che credevo e percepivo diverso solo nell’immediatezza della quotidianità ma che scopro avere anche prospettive e speranze differenti.
Dovrò forzare la mia piena fiducia nel futuro in questo contesto così rassegnato? Sono io che lo percepisco così perché lo vedo “da estranea”? In che tipo di Paese continueranno la loro crescita i miei figli tra meno di due anni?
Iniziano le domande pesanti, ed è curioso scoprire che sono più impegnative di quelle che mi ponevo prima di andare via. Allora, erano governate dalla paura e dall’incertezza di ciò che non conoscevo affatto e comunque andasse mi aspettavano sorprese e disillusioni; ora invece sono permeate dal tentativo di riconoscermi in qualcosa che è andato avanti senza di me, qualcosa su cui mi affaccio e in cui non entro mai del tutto.
Inizio a capire che ci vorrà del coraggio anche per tornare. È forse ora che io inizi a costruirmelo dentro, quel coraggio.

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Informazioni su cescar76

Architetto per scelta, mamma a tempo pieno, scrittice per passione, blogger per divertimento, artista per vocazione, vivo felice nella mia Tana Africana con un Marito Paziente e due Patati che adoro.

Un Commento

  1. Qualsiasi scelta facciamo implica una buona dose di coraggio, che sia partire o tornare, ma anche restare.

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