Nuovi inizi e vite altrove

Dopo averne affrontato diversi aspetti  (qui, Ombrosa ci ha parlato dell’inserimento di Lorenzo alla materna in corso d’anno, qui invece Unamammagreen e Silu1979 ci hanno descritto i loro “nuovi inizi” lavorativi), stavolta affrontiamo un nuovo aspetto di questo “tema del mese”: l’iniziare un percorso di vita in un posto nuovo, partendo da zero. La nostra Cescar76 ci racconta come ha vissuto la cosa e come questo abbia cambiato la sua percezione delle cose. Aspettiamo i vostri racconti!
Cosa significhi un nuovo inizio, ormai lo so molto bene.
Prima ancora di questa avventura africana, che ha ovviamente segnato un cambiamento epocale nella mia vita, avevo lasciato un lavoro relativamente avviato e certo, gli amici, la quotidianità, alla volta di una, finalmente concreta, vita a due che bramavamo da tempo.
Le svolte epiche della mia vita, la convivenza e il venire qui, sono arrivate entrambe esattamente nel momento in cui avevo la certezza assoluta che stavo costruendo qualcosa, che la strada era segnata, era giusta, mi avrebbe portato probabilmente dove volevo arrivare. E poi, improvvisamente, il bivio.

Avevo un lavoro bello, che mi gratificava, in uno studio dove ero considerata come Francesca e non come “quella collaboratrice lì”, dove si festeggiavano i compleanni, si prendeva il tea nel pomeriggio, si ascoltava musica e si facevano cose interessanti. Dove potevo fare delle proposte e nessuno mi diceva “zitta tu che sei l’ultima arrivata”. Era uno studio meraviglioso, li porto tutti nel cuore ancora oggi.
Sull’altro piatto della bilancia c’erano 12 anni e mezzo di fidanzamento e una storia che, cominciata vicino vicino e sempreinsiemesempreinsieme, stava naufragando nella fase “rapporto a distanza tra due persone che hanno fatto percorsi differenti e stanno crescendo in modo diverso”. Prima o poi si arriva al punto in cui ci si dice “o stiamo insieme davvero o ci lasciamo” e noi, quel punto, iniziavamo a vederlo vicino. Lui non poteva lasciare il lavoro, così lo lasciai io e me ne andai a vivere alla Terra di Mezzo.
Un mese dopo avevo un lavoro con un capo meraviglioso, una persona gentile che mi ha sempre fatto sentire stimata, una persona con una conoscenza del mestiere immensa, una delle poche persone che non mi abbia fatto pesare, in quel nuovo inizio, di essere “diversa”.
La prima cosa che mi diceva chiunque mi incontrasse era più o meno: “ma tu non sei di qua!”. Ehm, sì, ovvio, ho l’accento romano, siamo in Toscana, credo sia evidente che non sono di qua. Che lo dicessero col sorriso o meno c’era sempre questa puntualizzazione a far male.

Sei anni, ci ho messo sei lunghi anni a “entrare” nel posto, ad avere persone che mi riconoscessero per strada e mi rispondessero al saluto. La svolta fu la scolarizzazione patata, che mi mise a contatto con altre mamme, con le educatrici, con la gente. Con tutte persone cui voglio molto bene e che abbraccio col cuore quando torno lì, che mi danno motivo di tornare di lì ed esserne felice.
Un lavoro, non ce l’avevo più: il mio meraviglioso architettone purtroppo era morto improvvisamente poco prima che scoprissi di essere incinta di Patato Grande. Quando cercai di tornare a lavorare iniziai a trovare porte chiuse e “le faremo sapere”; volevamo un altro figlio e ci concentrammo su quello.
Una volta nato Patato Piccolo iniziai a dedicarmi di nuovo alle attività manuali e artigianali che facevo da anni. Ricominciai i mercatini,  iniziai a farmi conoscere localmente e ad avere buona soddisfazione delle mie scelte di unicità e qualità.

Fu esattamente in quel momento, quando mi ero formata finalmente delle amicizie, avevo dei punti di riferimento affettivi anche alla Terra di Mezzo e stavo iniziando un percorso “lavorativo”, in qualche modo, che arrivò la telefonata.
Occasioni come quella che ci è stata data non capitano due volte nella vita. Contrariamente a quello che pensarono tutti non mi ci volle coraggio per dire di sì, mi ci volle coraggio per non dire di no. Perché avevo faticato e pianto per quasi sette anni per arrivare fin lì, perché le cose erano state tutt’altro che facili ma mattone a mattone le avevamo costruite, perché lasciare qualcosa che ti sei guadagnato con fatica è dura, sempre.
Poi avevo guardato i miei figli e avevo sognato per loro un futuro diverso, con possibilità che non avrei potuto dargli con un “no”.
Poi avevo riflettuto su quanto fosse umiliante farsi prestare soldi da mamma e papà a 35 anni suonati.
Poi avevo detto semplicemente “si”.

Il nuovo inizio qui ha avuto due fasi, come tutte le svolte epiche dell’esistenza: la prima, in cui tutto è meravigliosamente nuovo e avvolto di sorpresa e stupore, e la seconda, quella in cui la realtà ti prende a ceffoni e si svela per quella che è.
Nei primi mesi qui ho scoperto che nessuno ti regala nulla, che mentre alla Terra di Mezzo mi lamentavo se mio figlio da scuola riportava l’influenza, qui dovevo combattere con germi che si riproducevano a ritmi imbarazzanti; dovevo spiegare ai miei figli, piccoli, troppo piccoli, perché ad ogni febbre dovessero farsi bucare la mano per prelevare il sangue, dovevo temere malattie che conoscevo dai libri di storia e geografia come cose lontane e remote nel tempo.

Mentre in Italia mi sentivo stabile, tutelata, sicura, qui le mie notti erano costellate di immagini di bambini rapiti, uccisi, mutilati. Avevo portato i miei figli in un paese appena uscito da una guerra civile, un paese con una cultura diversa e un modo diverso di vedere l’infanzia: che non ci fosse una tutela in tal senso mi fu chiaro da subito e dovemmo, io e il Marito Paziente, fare i conti con le nostre paure, con le ansie e il dover concedere una fiducia difficilissima da dare, soprattutto sulla pelle dei nostri figli.
Mentre in Italia se sentivo sparare da lontano sapevo che era il solito che andava a caccia, qui gli spari la sera avevano decisamente un altro sapore e l’aumento dei posti di blocco parlava di una possibilità che toglieva il sonno.
Mentre in Italia parlavo la mia lingua, qui dovevo impararne da zero una relativamente nuova (che conoscevo attraverso le canzoni di Cocciante e le reminescenze di latino, in pratica: una svolta, proprio); mentre in Italia avevo persone con cui parlare, qui all’ennesima malattia patata, mi chiusi nel bagno e iniziai a sbattere fisicamente la testa contro il muro piangendo.

Il bagno di realtà fu gelido e durissimo, ma ci temprò. Ci portò a un passo dalla separazione, dallo sclero, dall’abbandonare tutto. Ci fece disperare e andare in pezzi. Una volta raccolti i pezzi andò meglio: ci accostammo alla realtà con naturalezza e con una fiducia meno assoluta e una paura meno permeante.

I miei nuovi inizi sono stati una tabula rasa, come quei segni che vedi nei cerchi degli alberi e da cui gli esperti capiscono ci sia stato un trauma nella vita della pianta.
A distanza di nove anni dal viaggio in macchina che mi portò alla Terra di Mezzo e di due da quello in aereo che mi portò qui, non provo rimpianti. Nella mia evoluzione personale, e non è stato affatto facile, ho imparato a vederli come bivi e opportunità che ho scelto di cogliere. Le rinunce relative mi sono pesate tantissimo: egoisticamente mi sembrava ingiusto che a rinunciare alle cose costruite dovessi essere sempre io, nella coppia. Ed era obiettivamente così, ma capire di aver scelto io quale strada prendere a quei bivi e prendermene la responsabilità con me stessa è stato uno dei miei percorsi di crescita personale più duri.
Mi aspetta un altro nuovo inizio, tra neanche due anni e stranamente lo temo tantissimo. Tornare ad una quotidianità italiana dopo quattro anni in un posto così diverso mi fa obiettivamente paura, anche perché questo non sarà un bivio, sarà una scelta obbligata, e non potrò dire no, che io sia pronta o no.

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Informazioni su cescar76

Architetto per scelta, mamma a tempo pieno, scrittice per passione, blogger per divertimento, artista per vocazione, vivo felice nella mia Tana Africana con un Marito Paziente e due Patati che adoro.

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