Quando s’inventa un bambino

foto iniziale nataleLa nascita di un figlio è un evento cruciale per la vita dell’uomo e della donna, un vero e proprio spartiacque che discrimina nettamente due fasi distinte della vita: gli anni che trascorrono prima assumono una dimensione diversa in confronto a quelli segnati dalla presenza della prole. Il figlio apre uno sguardo al futuro e allo stesso tempo “impone” una rilettura del proprio passato con nuove lenti. La nascita di un figlio è dunque una transizione “chiave” nella vita  individuale e coniugale, un vero e proprio punto di non ritorno: rende in qualche modo “visibile” l’unione dei due partner e da inizio ad un legame, quello tra genitori e figli, che è per sua natura indelebile. Infatti, si può mettere fine a qualsiasi rapporto, ma si è padre e madre di quel bambino per sempre.
Bisogna evidenziare però che il diventare genitori è un processo che si snoda nel tempo e non coincide necessariamente con il momento in cui si concepisce o si mette al mondo un bambino: affonda le sue radici nella storia personale di ciascuno, è influenzato dalle aspettative che la società ha nei confronti dei ruoli genitoriali, si sviluppa all’interno di quel preciso contesto familiare segnato da una particolare storia e da un determinato orientamento verso il futuro. Si usa il termine di transition to parenthood per indicare la transizione che i coniugi attuano nell’acquisizione dello “status” genitoriale”. Ciò significa che la nascita di un bambino non innesca automaticamente l’assunzione della responsabilità genitoriale, essa è piuttosto il traguardo di un cammino non sempre lineare. La genitorialità biologica e quella
sociale/educativa si delineano come due aspetti reciprocamente connessi ma di fatto possono sussistere anche in modo autonomo. La procreazione sempre più è il risultato di una scelta, di un desiderio di autorealizzazione di entrambi i componenti della coppia.
La nascita di un figlio accolta in generale in clima dio festa , rappresenta comunque per la famiglia un vero evento critico, costringe cioè i coniugi ad un cambiamento nell’organizzazione familiare: la cura del bambino, la ridistribuzione del lavoro domestico, la gestione del tempo libero devono essere ridefiniti.
Si innesca un periodo di disorganizzazione e turbolenza di fronte al quale la coppia può cercare nuove modalità di  funzionamento più adeguate al cambiamento avvenuto. L’elaborazione dell’evento nascita implica un riconoscimento da parte dei coniugi del cambiamento effettivamente avvenuto ed una riconnessione tra passato, presente e futuro. In questo modo si inaugura un nuovo capitolo della storia familiare, ma allo stesso tempo si prosegue una storia plurigenerazionale, in questo senso un figlio è il prodotto comune di storie diverse. La frase ricorrente “somiglia a…” sembra la necessità di definire quali tratti comportamentali e quale insieme di valori delle due famiglie di origine continuerà. Il rapporto con il figlio è un rapporto di dono, “dono di sé per eccellenza, dono della vita, dono originario”.
Da un punto di vista individuale l’avere un figlio è considerato uno dei marker più importanti nell’acquisizione dello status di adulto, forse ancora più del matrimonio. A ben vedere è molto di più che la semplice assunzione di un ruolo, in quanto implica una ridefinizione dell’identità personale e l’acquisizione di una nuova relazione. La “generatività” è la capacità di prendersi cura delle cose, delle persone e si manifesta in maniera emblematica nell’avere un figlio. La cura nella relazione genitore-figlio assume un particolare connotato in quanto si declina come cura del dialogo. La
funzione di continua copertura che i genitori svolgono nei confronti del figlio non deve offuscare quegli elementi di originalità che fanno del bambino una persona a pieno titolo fin dall’inizio della sua esistenza, vanno sottolineati gli elementi di reciprocità. Il bambino manifesta fin dalla nascita delle competenze sociali evolute che gli permettono di instaurare precocemente delle relazioni con chi si prende cura di lui e di essere attivo costruttore di questo dialogo. Svolgere la funzione genitoriale consiste essenzialmente nel dare affetto e contemporaneamente fornire contenimento e dare direzione alla crescita del figlio. L’affetto permette al bambino di assimilare vitalità, calore, fiducia e stima, mentre il rispetto delle norme lo pone di fronte al senso di ciò che è bene e ciò che è male. Sono due aspetti interconnessi, infatti, l’affetto privo della direzione normativa si trasforma in iperprottetività, così come il rispetto della legge senza il calore affettivo rende la relazione genitori-figli rigidamente autoritaria.
L’esperienza vissuta come figlio influisce in modo determinante sul comportamento dell’adulto nei confronti dei propri figli, a tal proposito vengono distinti due tipi di parenting: constructive che tende a favorire lo sviluppo fisico, psichico e sociale del bambino per mezzo di pratiche educative che prevedono un’interazione frequente e stimolante e il tentativo di agire partendo dai bisogni del bambino. Il destructive parenting, al contrario, è caratterizzato da ostilità e coercizione, in questo caso i genitori sono preoccupati soprattutto della disciplina e dell’obbedienza . La propensione ad utilizzare l’uno o l’altro pare essere in relazione all’orientamento valoriale che il soggetto ha costruito nel corso della sua esistenza.
Inoltre, i coniugi devono trovare nuove modalità di comunicazione e di gestione del conflitto, devono imparare ad interagire non solo in quanto marito e moglie ma anche in quanto padre e madre. La nascita di un bambino, infatti, ridefinisce il matrimonio, compito della coppia è quello di ridelineare la loro relazione tenendo presente gli
aspetti genitoriali.
Le prime 4/6 settimane sono chiamate di “luna di miele” perché la novità e la vicinanza di parenti e amici rendono meno pressanti i compiti di cura e il peso delle responsabilità. Intorno al terzo mese di vita del bambino il rapporto coniugale è visto sempre meno come qualcosa di romantico e sempre più come una relazione funzionale all’accudimento del bambino. La transizione al parenthood sembra avere un maggiore impatto sulla vita delle mogli rispetto a quella dei mariti. Esse lamentano la difficoltà a trovare tempo per se stesse e affaticamento riconducibili ad uno spostamento dell’asse emotivo-relazionale dal marito ai figli e all’impegno faticoso nelle pratiche di allevamento. Ma sono anche coloro che vivono appieno il “senso dell’essere madre”, un esperienza interiore intensa. La mamma è investita da importanti trasformazioni psicologiche che si riflettono sulla sfera intrapsichica, affettiva, relazionale, cognitiva e sociale. Diventare madre presuppone un cambiamento naturale e nel contempo delicato, determina paure, fantasie, pensieri che influenzeranno la relazione madre-bambino. Una relazione fondamentale per la formazione della propria identità: “Che cosa guarda il lattante quando guarda il viso della madre? Secondo me, di solito, ciò che vede è se stesso” (Winnicott).
Dunque essere madre significa anche accogliere il bambino, esattamente come fa uno specchio. Il bambino che può guardare, da un punto di vista psichico, la faccia della madre riceve indietro, dagli occhi di lei, l’immagine di se stesso. Un ritorno che costituisce per l’infante il nucleo del suo sé, sul quale crescerà e si svilupperà la sua personalità. La funzione materna di specchio non riguarda solamente i primi mesi di vita del bambino. Esso crescendo all’interno della sua famiglia sarà sempre meno dipendente dal volto materno per vedersi restituito il proprio sé, fino ad essere in grado di vedere se stesso nei singoli membri..o nella famiglia nel suo insieme.”
Si dice che i genitori rimangono giovani nei figli, ed è questo uno dei più preziosi vantaggi psicologici che essi ricavano da loro” (S. Freud)

Cloude Du Mont

foto finale natale

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