Imprevisto cesareo

Forse è perché lo chiamano “naturale” e io, con la natura, vado a nozze da sempre. Oppure perché ricordo bene la sofferenza di mia madre nel raccontarmi il suo cesareo: l’anestesia totale, la lunga cicatrice verticale a tagliarle l’addome, il risveglio lento e, soprattutto, l’impossibilità di vedermi subito, di toccarmi, di allattarmi. Allora andava così. O forse dipende dal fatto che la regione in cui vivo, la Campania, è in testa alla classifica nazionale dei “tagli”, cosa che a volte ha fatto parlare di speculazioni e di un eccesso di prudenza da parte del personale medico. Non ho idea di quale sia il motivo reale, ma so di aver sempre sperato, per 39 lunghe settimane, di avere un parto vaginale. Non che la cosa non mi facesse paura – ero terrorizzata, a dire il vero – ma non riuscivo a immaginare un modo diverso per accompagnare mio figlio nel mondo. Un’esperienza da vivere insieme, piena di dolore e di fatica, ma anche di energia e concentrazione, di umori animali, di ormoni accesi e spenti in una sequenza chimica affinata in migliaia di anni di evoluzione. Qualcosa, insomma, che mi accomunasse alle altre mammifere, oltre che alle generazioni di donne che mi hanno preceduta sulla Terra. Un momento di estrema intimità, nonostante le luci dell’ospedale, il via vai delle ostetriche, il ronzio delle apparecchiature elettroniche. Tanto che avevo chiesto al padre di mio figlio di farsi da parte, di lasciarmi da sola, una volta giunto il momento cruciale, a spingere il nostro bambino tra gli umani. Tante letture, dunque, e un lungo, interessante, corso di preparazione al parto. Ginnastica, respirazione, massaggi. Sempre, però, con quelle sette lettere a danzarmi nel cervello: cesareo. Quando il momento è arrivato e il travaglio ha avuto inizio, la natura sembrava fare perfettamente il suo corso: contrazioni sempre più intense e, dopo qualche ora di limbo, regolari e ravvicinate. Il viaggio in auto verso l’ospedale, sotto la pioggia di febbraio, il ricovero e le lunghe ore di attesa in compagnia di mio marito. Ricordo il giallo insolito delle luci al neon, il caldo che diventava freddo all’improvviso e, soprattutto, un silenzio surreale: ero l’unica partoriente, quella notte, e noi due eravamo soli, avendo deciso di informare i familiari solo a cose fatte. Il mio è stato un travaglio silenzioso, fatto di respiri, movimenti lenti e piccoli massaggi alla schiena. Doloroso come immagino che siano tutti i travagli, ma tranquillo e relativamente rapido. Fino a superare i 7 centimetri di dilatazione. Fino alle prime luci dell’alba. Fino all’imprevisto. Ricordo lo sguardo un po’ interdetto dell’ostetrica nel consultare il tracciato, l’arrivo del ginecologo di turno e il suo sopracciglio che si alzava, eloquente. Ricordo le sue parole cordiali, in un tono di voce che a me è sembrato, tutto sommato, affabile e rassicurante: “Signora, probabilmente il bambino ha alzato la testa, la presentazione è occipitale, suo figlio non riesce a impegnare il canale del parto e il battito cardiaco inizia a risentirne”. Quel dottore sconosciuto e gentile mi stava spiegando che avrei dovuto iniziare ad abituarmi all’idea di un parto cesareo, ma che avrebbe prima chiamato al telefono il mio ginecologo per stabilire definitivamente il da farsi. Alla fine, è stato un consulto telefonico, poco prima delle 5 di mattina dell’8 febbraio scorso, a decidere che mio figlio sarebbe nato attraverso un intervento chirurgico. In fondo io lo sapevo anche prima della telefonata fatidica: da lunghi minuti il dolore era come cambiato, le contrazioni sembravano aver perso efficacia, io soffrivo sempre di più ma non avevo più alcuna voglia di spingere. Mio figlio, evidentemente, aveva smarrito la strada. Quasi un’ora dopo mi hanno appoggiato Davide sul petto, ma solo per un momento. Due medici intanto mi stavano ricucendo la pancia, mentre l’ostetrica più giovane, che era stata con me tutta la notte, non nascondeva un pizzico di delusione: “Che peccato, signora, a travaglio quasi concluso… Le mancava la parte più liberatoria, quella delle spinte”. Già, peccato. In questi casi l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Niente di grave, tutto sommato. Qualche strascico dell’anestesia e una cicatrice sul basso ventre. Ma mio figlio è nato sano e vivace, e insieme, superate le difficoltà iniziali, abbiamo dato inizio a un allattamento generoso e che dura tuttora, dopo oltre nove mesi. Io so perfettamente che gli inconvenienti “veri”, in realtà, sono altri. So che partorire, fino a pochi decenni fa, significava rischiare una morte atroce e che ancora troppi genitori escono dagli ospedali con figli che dovevano essere sani e che invece non lo sono (“imprevisti”, appunto). Lo so bene. E ringrazio ogni volta che vedo mio figlio sorridere. Ma una parte di me non si rassegnerà mai al fatto che Davide mi sia stato strappato dal ventre. Avrei dovuto essere io, con il colpo di reni più importante della mia vita, a spingerlo nel mondo.

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Informazioni su Silvana - Una mamma green

Giornalista ambientale. Blogger. Moglie e madre. Napoletana dalla morale ipertrofica. Viaggiatrice incallita e lettrice onnivora. Unamammagreen.com

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  2. Cristina

    Anch’io ho vissuto un’esperienza simile alla tua. Non ho fatto nemmeno il travaglio perché avevo delle perdite e il mio bimbo era stimato sui 4kg e oltre i 10 cm di larghezza per la testa e per le spalle. Avendo un papá che ha fatto nascere qualche bimbo, mi aveva sconsigliato la via naturale perché i rischi sarebbero stati non indifferenti.
    É vero, anche a me é rimasta questa sensazione di “violenza” dove non é il parto che ha scelto i suoi tempi ma é stato un medico che ha comunque giustamente fatto al massimo il suo lavoro. Col cesareo poi hai dei tempi di recupero più lunghi quando invece dovresti essere già piuttosto attiva per star dietro al piccolo. Inoltre ha una percentuale di complicanze più alta.
    Poi penso al mio bimbo, quando l’ho visto bello, rilassato, un po’ infastidito dal cambio di contesto ma tutto sommato sereno, so che ho fatto la scelta migliore.

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