Mamma, ma quando torni?

Hanno iniziato a fare e a farsi domande, i patati.
Tutto è iniziato con un “Mamma ma allora stai meglio?” buttato lì durante una conversazione tramite FaceTime (Dio benedica la tecnologia sempre!), quasi per caso. Rispondi e dici che sì, stai meglio ma ancora non benissimo e la risposta sembra soddisfare le inquietudini patate.
Le domande sono state covate, evidentemente, e negli ultimi giorni è uscito dall’uovo il pulcino del “Mamma, ma quando torni?”.
Detto con un tono stanco, detto col tono di chi ti vuol dire “va bene, hai fatto quello che dovevi, ti sei tolta ‘sti sassolini ma ora la tua vacanza è finita, vedi di tornare”.
Spiegare ai patati perché mamma partiva senza loro e cosa le sarebbe accaduto ha comportato un foglio, un disegno dell’apparato urinario fatto dal papà e una semplicissima spiegazione idraulica; spiegare loro i concetti di incertezza, liste di attesa e disponibilità del medico è assai più complesso.
Quando dici ad un bambino che devi rimanere ancora in un posto lontano da lui perché devi far frantumare il sassolino grande rimasto nel rene, il bambino ovviamente ti risponde “chiedi al medico di fartelo”. Provi a spiegargli che altre persone hanno lo stesso problema e che il medico deve seguire una lista o una fila: lui capisce il concetto, ma non lo accetta. È la sua mamma che deve togliere il sassolino, è la sua mamma che deve tornare da lui. La mamma ancora non torna e il bambino reagisce.
I miei figli reagiscono alla mia lontananza in maniere completamente opposte: il grande mi racconta ogni cosa che gli succede, quello che fa, quello che gli accade intorno, la scuola, il suo nuovo meraviglioso amico (e idolo) Leonardo, dove va, cosa mangia… il piccolo si rifiuta di parlarmi. Sotto ingiunzione paterna si ottiene che si faccia vedere e che dia un saluto veloce, ma lo fa senza voglia e senza affetto, con gli occhi pieni di muto rimprovero, risentimento e aspettative tradite. L’altro giorno che mi han telefonato ed ero alla posta in fila mi ha parlato per tipo 10 minuti e io mi sono commossa in piena posta di Peppaland, contornata da gente che mi guardava strano, alcuni anche un po’ male.
Sono 25 giorni che non abbraccio i miei figli, ora più ora meno. Quando li sento provo la duplicità della coltellata nella conferma di averli lontani e l’immensa gioia di sentirli e condividere con loro parole e baci soffiati.
Sta diventando difficile, stare qui sospesa e non sapere se dovrò rimanere e risolvere la questione in tempi relativamente brevi oppure se i tempi saranno più lunghi e allora potrò tornare in Costa d’Avorio e se ne parlerà ad anno nuovo.
Nel frattempo il Marito (credo non sarà ancora per molto) Paziente si smazza il suo lavoro, la casa, i bambini e tutta la logistica che gli gira intorno; quando tornerò mi toccherà raccoglierlo con scopa e paletta, se continua così. Più o meno insieme al mio umore.
Si supera tutto, e quello che ci siamo lasciati alle spalle non è stato davvero poco, ma la stanchezza inizia ad avere buon gioco sul resto.
Ci sono cose che pure se cammini mano nella mano con Pollyanna, restano difficili.

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Informazioni su cescar76

Architetto per scelta, mamma a tempo pieno, scrittice per passione, blogger per divertimento, artista per vocazione, vivo felice nella mia Tana Africana con un Marito Paziente e due Patati che adoro.

  1. Pensa a come sarà bello riabbracciarli! Sogna quel momento, anticipalo nei tuoi pensieri. Ti abbraccio forte, anche io.

  2. Francesca

    Un abbraccio! Coraggio!

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