AS (e non sono le mie iniziali)

Non so voi, ma io ho passato l’adolescenza a nutrirmi di quei film che piacciono solo alle femmine e a immaginarmi dentro storie d’amore appassionate a avventurose, di quelle che finiscono che i due finalmente si amano, si sposano e fanno un bambino.
Vi ricordate “Cocktail”? Alla fine si chiarivano, lei era incinta, si sposavano e lui apriva il proverbiale chiringuito sulla spiaggia caraibica.

Pensavo seriamente che funzionasse così anche nella realtà: amore, passione, test di gravidanza positivo e vissero per sempre felici e contenti.
E invece no.

E non sto parlando solo del fatto che, salvo rarissime eccezioni, non c’è nessun chiringuito sulla spiaggia, o del fatto che, più spesso, prima di arrivare ad un bambino c’è una lunga storia felice, o almeno serena, piuttosto che una rocambolesca sequenza di malintesi strappacuore.
Nè mi riferisco al fatto che è assai più frequente che i bambini arrivino quando si sta facendo in modo che lo facciano, piuttosto che a sorpresa.

Sto parlando del fatto che mai, mai nella vita avevo sospettato che un bambino potesse non essere la logica ed inevitabile conseguenza di un test di gravidanza positivo.

Non sapevo che solo il 20% delle gravidanze esitano in un percorso di 9 mesi che conduce ad un bambino o ad una bambina. E non potevo quindi sapere che, se siamo in 10 amiche che cercano una gravidanza, soltanto 2 di noi saranno risparmiate dalla doccia fredda della disillusione dei sogni adolescenziali, nutriti di cinema americano e bubble-gum.

Perché alle eroine dei nostri film anni ’80 non capitava di avere aborti spontanei: o forse quelli non ce li raccontavano.
D’altra parte non li racconta quasi nessuno, anche nella vita reale.

La prima volta io dovevo diventare mamma ad Aprile del 2008, per caso; anzi, per un amore travolgente e sconclusionato che assomigliava tanto a quelli dei film.
La seconda volta lo dovevo diventare ad Agosto 2008, per ripicca. E intanto il mio amore era passato dall’adolescenza all’età adulta, complice la doccia fredda di cui sopra, e si avviava a mettere radici profonde.
La terza volta, invece, sarei diventata mamma a Febbraio del 2009, e questa fu la doccia peggiore, perché a quel punto la ricerca era volontaria e il progetto di vita insieme al mio amore era già scritto e non prevedeva ulteriori delusioni, se ne sentiva immune, immaginava di avere “già dato”.

E invece no.

Devi avere avuto oltre 3 aborti spontanei prima di essere considerata “poliabortiva”: fino a 3 rientri nella “fisiologia”, ma gli accertamenti te li concedono lo stesso, per portarsi avanti.

Tu in realtà sei già nel tunnel dopo la prima volta: non te l’aspettavi, non ne avevi sentito parlare e soprattutto credi che ci sia qualcosa di difettoso in te.
Non è una roba facile da accettare, quando si tratta di procreazione: è una specie di handicap non riconosciuto, per cui ci vorrebbe un tagliandino da esporre, da appiccicarsi in fronte, così che le persone che ti circondano sappiano esattamente come si devono comportare con te.

Devono girare al largo tutte le carrozzine, i passeggini, e le pance, perché per te sono pugnalate nella schiena e aizzano le voci, quelle che ti dicono: “Tu non ci riesci”.
Devono sparire dalla programmazione quei film adolescenziali che amavi e che ora ti ricordano solo l’inganno in cui hai vissuto e sei cresciuta.
Nessuno, se lo sa, ti deve mai dire: “Meglio adesso che dopo”, perché tu lo sai che hanno ragione, ma la questione per te è: “Ci sarà, un giorno, quel dopo?”
In caso di gravidanza, quei pochi a cui avrai il coraggio di dirlo non dovranno eccitarsi troppo, né farti domande, né alludere al bambino, perché il solo pensiero della sua presenza accende fantasmi più grandi di te e allora meglio ignorarlo, quel bambino, finché non sei sicura che rimarrà con te.

Sono diventata mamma per la prima volta ad Aprile 2010.
C’è stata una pausa, dopo il terzo, mi sono concessa di non impazzire distogliendo completamente il pensiero dal mio handicap per un po’: ho fatto un viaggio bello, mi sono sposata, ho cambiato lavoro e ginecologo. Poi, quando finalmente ho ripreso coraggio, le cose sono andate meglio.

Io non lo so se non era il momento, se dipendeva da una disposizione d’animo che non avevo o se semplicemente mi meritavo una lezione: sicuramente non c’era niente di clinico alla base dei miei aborti, come nella maggior parte dei casi, del resto.
La realtà, almeno quella che mi ha prospettato la mia nuova dottoressa (e che mi ha preservata dall’impazzire), è che una ragione c’è sempre, anche quando non la troviamo: il genoma umano è un grandissimo mistero di cui conosciamo pochissimi, sparuti dettagli. Ognuno di noi è portatore di una miriade di difetti genetici, alcuni sicuramente gravissimi e sconosciuti proprio perché incompatibili con la vita.
La natura non sbaglia, la natura seleziona e quando ti colpisce sembra ti stia punendo, e invece magari ti sta salvando.

Questa visione così scientifica, asettica, poco poetica – direte voi – a me ha salvata: ho capito che non era colpa mia, ho capito che non ero stata punita e che non avevo fatto niente di sbagliato.
Non era dipeso da me, sarebbe andata così comunque.

Resta il fatto che un aborto è un lutto importante da elaborare ed é difficile perché é solo tuo: gli altri non lo vedono, o non lo sentono come lo senti tu, neanche il papà.
“Meglio adesso che dopo”, no?

E tutte le tue fantasie? Si può frenare una mente dal sognare? Si può convincersi che “non sta succedendo ancora niente”?

Non si può, ve lo dico io: un momento sei mamma, e un momento dopo non lo sei più, con l’aggravante che nessuno ti riconosce come tale, e che ti resta il dubbio se lo sarai mai.

Secondo la mia esperienza, l’unica cura, quella che fa sparire il fantasma del lutto, è un bambino. Quando poi arriva, il mondo riprende i colori che aveva perduto, tu fai pace con te stessa e il pensiero dei bambini che non sono stati lo lasci volare via.

C’è chi li chiama “i suoi angeli”, chi arriva a definirli “i suoi bambini”: ognuno ha il diritto di gestirsi la perdita e il ricordo di essa come vuole.

Per me sono vita che mi è passata attraverso, e che mi ha traghettata verso la mia vita nuova: quella di mamma di Dodo e Cece.

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Silu1979

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Informazioni su Silvia

Sono un'ex film-producer, una cantante (che nessuno ha mai sentito cantare), una scrittrice di storie (che nessuno ha mai letto) e una mamma di femmine. Ho sempre una serie di progetti, qualcuno arriva persino in porto. Un giorno tutto questo sarà mio.

Un Commento

  1. Roby

    Ci sono passata anch’io da poco e mi ritrovo in ciò che scrivi…ti abbraccio…Roby

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