Diario dell’inserimento – La prima settimana

Alla fine dopo 2 anni e 4 mesi ci siamo “separate”. È iniziata la sua nuova vita, una vita fatta di qualcosa di completamente diverso dal suo mondo familiare. Pensavo sarebbe stato più difficile per me accettare questo distacco, in fondo anche se sono convinta di essere una “dura”, il mio cuore oramai è contaminato, essere mamma significa anche scoprirsi capaci di emozioni forti ed imprevedibili.
Ma come al solito mi sono dovuta ricredere. Ero preparata a momenti strappalacrime, crisi di pianto mie e di mia figlia, ripensamenti sull’inizio del suo percorso scolastico e sfaceli vari. Invece è stato più semplice di quanto credessi.
Alla riunione genitori-educatrici avevo ricevuto messaggi contrastanti dai miei sensi. Da una parte provavo un grande fastidio nei confronti degli altri genitori e delle loro sciocche domande, dall’altra mi piaceva la struttura e alcune delle educatrici con cui avevo avuto modo di parlare. Però la cosa che più mi lasciava perplessa erano le tre settimane previste per l’inserimento; onestamente mi sembravano esagerate, da brava psicopatica avevo voglia di mollare mia figlia al più presto ma dall’altra avrei voluto tenerla ancora con me per rimandare la separazione il più possibile.
Poi è arrivato il primo giorno. Siamo giunte un po’ in anticipo perché quella notte nessuna delle due era riuscita a riposare bene e la mattina ci siamo svegliate presto cariche di aspettative e curiosità.
Lucilla si è subito ambientata, ha iniziato ad esplorare i vari ambienti e i giochi a disposizione. Poi è uscita in giardino e ha chiesto ad una delle maestre se poteva pulire, dopo la risposta affermativa ha preso da terra una scopetta e ha iniziato a spazzare il cortile.
Il primo giorno sono stata con lei tutto il tempo per un’ora e mezza circa, mia figlia non è stata ferma un secondo mostrandomi entusiasta tutte le scoperte che faceva nelle sue esplorazioni. Il secondo giorno sono stata con lei una quarantina di minuti poi le ho detto che andavo a prendermi un caffè. Lei non ha battuto ciglio ed è corsa a giocare senza salutarmi. Al mio ritorno mi ha detto che non voleva andare via perché aveva da fare…
Il quarto giorno ci siamo svegliate entrambe con un raffreddore cosmico. La maledizione delle difese immunitarie ci ha colpito prima del previsto. Naturalmente quella che stava peggio era la sottoscritta.
Il venerdì stava già meglio e visto che non aveva febbre ho deciso di portarla ugualmente al nido. Appena arrivate una delle educatrici mi ha riferito che quel giorno potevamo provare un prolungamento fino al pranzo, a patto che nel corso della mattinata non  si fossero presentate manifestazioni di insofferenza. Così alle 11 mi sono affacciata ma con mia sorpresa vengo a sapere che poco prima del mio arrivo mia figlia aveva iniziato a disperarsi chiedendo anche il ciuccio. In accordo con le educatrici abbiamo deciso che non era il caso di forzare la situazione quindi siamo tornate a casa a scofanarci un’abbondante porzione di manzo con patatine fritte come premio per le nostre fatiche settmanali.

Le mie considerazioni in merito a questa esperienza non sono ancora ben definite. Da un lato mi pare giusto questo tipo di approccio graduale, consente a tutti, educatori compresi, di adeguarsi ad un grande cambiamento e permette di familiarizzare con un ambiente che per quanto confortevole è comunque estraneo. Però mi rendo conto che per i genitori che lavorano a pieno regime queste prime settimane possono essere veramente faticose sia per l’organizzazione pratica sia per le problematiche emotive in ballo. Sarebbe bello poter variare la durata dell’inserimento in base alle esigenze di tutti, famiglia e bambini, qui nel mio comune questa cosa non sembra possibile. L’inserimento è uguale per tutti, belli e brutti, piagnoni e indipendenti.

Per ora provo a concentrarmi su questa nuova settimana che ci aspetta con la speranza che le cose proseguano per il verso giusto e la mia piccola donnina riesca a trovare piacevole questo nuovo percorso d’indipendenza.

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