La scuola: un debutto in società

Ricomincia la scuola!!! Quali dinamiche interne sollecita nei bambini  questa esperienza?

La crescita del bambino è un processo complesso e delicato, così come l’argomento.

Durante i primi 5 anni di vita nel bimbo si sviluppano alcune capacità, tra cui camminare, parlare, socializzare al di fuori della famiglia. La scuola è quella che per prima ha la funzione di far interiorizzare regole, valori, la convivenza e il rispetto degli altri.

Ciò presuppone un distacco da quelle che sono state le figure di riferimento fino a quel momento.  Per poter parlare di “distacco” è doveroso parlare di “attaccamento”.

All’infante succedono “cose buone e cose cattive”, che sono del tutto al di fuori della sua possibilità di controllo. In questo periodo è il sostegno dato dall’assistenza materna che permette al piccolo di vivere e svilupparsi malgrado egli non sia ancora responsabile di ciò che “assorbe” dall’ambiente. Verso le cure materne si sviluppa una dipendenza assoluta in senso  psicologico. Questa prima fase, che è quella del “sostenere”, comprende soprattutto il tenere in braccio fisicamente l’infante, ed è la prima forma d’amore di una madre per il proprio figlio, col quale si trova in uno stato simbiotico. Ci sono madri capaci di offrire una assistenza sufficientemente buona, altre che non ne sono capaci, queste ultime producono in lui un senso di insicurezza rappresentato da un pianto disperato.

Bowlby ritiene che, nella genesi dell’attaccamento, assume grande importanza la “prossemica” cioè “la ricerca attiva della minor distanza fisica possibile tra se e la fonte del proprio conforto”. In altri termini  i comportamenti del bambino e della madre hanno come obiettivo quello di restare fisicamente vicini.

A partire dall’ottavo mese si sviluppa quella che è nota come “angoscia dell’estraneo”: affinché si sviluppi quest’emozione è necessario che il bambino distingua la propria madre e le figure a lui familiari dagli estranei, verso i quali si relaziona in maniera diffidente. Dunque, entro il primo anno di vita non solo il bambino sviluppa l’angoscia nei confronti delle persone non familiari, ma ha anche scelto la figura preferenziale di attaccamento, che nella maggior parte dei casi è la madre.

Il bambino costruisce schemi relativi agli oggetti ed alle persone familiari e diviene sensibile alla paura quando si trova in situazioni differenti da questi schemi. Si è osservato  che stimolando il bambino con altri volti che siano diversi da quello materno, l’ansia da estranei tende ad attenuarsi. Se un bambino viene abituato a ricevere sicurezza da “adulti conosciuti” diversi da quello materno, avrà sicuramente meno problemi al momento dell’eventuale “scomparsa” di quella figura.
L’angoscia della scomparsa non è legata “alla scomparsa in se” ma alla maggiore o minore familiarità dell’ambiente in cui essa avviene. Ad esempio, il bambino non piange se vede la madre “sparire” dietro la porta della cucina (dove è abituato a vederla dirigersi e dal quale la vede sistematicamente tornare), ma piange se tale scomparsa avviene, nella stessa casa, ma in una stanza dove non è abituato a vederla andare in modo consueto. Ovviamente l’ansia si attenua  con la ripetizione degli “eventi scomparsa” con relative “ricomparse”, in situazioni differenti ed in diversi ambienti. La durata del pianto dipende prevalentemente “dalla capacità di cogliere il carattere temporaneo e non definitivo  del distacco”. In altre parole  “non è la scomparsa in se che genera il pianto ma l’impossibilità di darsi una risposta sul “quando torna”.

Talvolta  il manifestarsi dell’ansia indica che il bambino “ha raggiunto il concetto dell’ “altro da se”,  un processo che va  dai 5 mesi ai tre anni d’età. Durante questo periodo il bambino, progressivamente arriva a riconoscersi come un individuo a se stante. In questo senso col passare del tempo, il concetto di “madre” non è legato obbligatoriamente ad una persona in particolare. Riveste piuttosto un significato “universale” di protezione e sicurezza. Secondo Piaget si sviluppa in tal modo una idea di “madre” che può essere separata fisicamente dal bambino ma che è sempre radicata nella sua mente. Questo processo determina una  situazione di “persistenza dell’oggetto”, una fase evolutiva nella quale assume grande importanza non solo la presenza fisica della madre ma  un “contesto materno”, cioè buono e rassicurante.
Soprattutto il bambino riesce a interiorizzare la sequenza circolare presenza- assenza- ritorno.

Una prima forma di separazione è rappresentata dall’addormentamento, che deve essere gestito secondo un rituale prevedibile e non affrettato, per esempio cantare una ninna nanna o raccontare una favola, rimboccare le coperte, dare il bacio della buonanotte. Nel progressivo percorso verso la conquista delle autonomie, quali alimentazione autonoma, deambulazione e acquisizione del linguaggio, è conveniente che il bambino impari anche ad addormentarsi da solo e quindi ad autoregolare il proprio stato dall’agitazione alla calma. E’ dunque sconsigliabile abituare il bambino ad addormentarsi nel lettone e lasciare che dorma tra i genitori, per poi portarlo nel suo letto.

Un’altra forma di separazione  è rappresentato dal momento dell’inserimento del bambino all’asilo o nell’ambiente scolastico. In questi casi è meglio affrontare direttamente le emozioni del bambino. E’infatti naturale che il bambino protesti alla separazione anche con un pianto disperato, ed è desiderabile che il genitore sappia accogliere questo dispiacere senza sentirsi in colpa e nel contempo, senza negarlo. Il bambino talvolta manifesta il disagio connesso alla separazione dal genitore con frequenti lamentele di sintomi fisici, come il mal di pancia o il mal di testa in procinto di una separazione. Questo comportamento è molto diffuso in età scolare, spesso unito a difficoltà legate all’ansia da prestazione e a possibili difficoltà sociali all’interno del contesto scolastico che, se presenti, devono ricevere la giusta attenzione.

Il criterio che permette di differenziare manifestazioni normali dell’ansia di separazione, emozione normale presente in tutti i bambini, rispetto a un disturbo d’ansia (che deve incontrare il parere di uno specialista) è individuabile nella stabilità, nel tempo e nell’intensità di questi comportamenti. Il pianto al momento dell’allontanamento del genitore è considerato un fenomeno normale, non è così se la separazione scatena costantemente vere e proprie crisi di inconsolabilità e di panico

Man mano che il bambino cresce dovrebbe invece imparare a reggere la separazione dai genitori senza essere invaso dall’angoscia. Anche in questo caso i genitori non devono allarmarsi se il bambino a quattro anni ancora urla “mamma non mi lasciare”!. Ciò nonostante è giusto e sano che il bimbo impari che dopo una separazione c’è sempre la gioia di un riavvicinamento, e che separarsi non significa essere abbandonato. Qualche volta, in genere per problemi relazionali che si creano anche inconsapevolmente fra genitori e figli, questo passaggio presenta dei problemi ed il bambino più grandicello continua ad essere invaso dall’angoscia o dalla rabbia ogni volta che deve separarsi dalle figure di accudimento. In questi casi è importante non fare finta di nulla e chiedersi il significato di questo comportamento. Spesso le ansia dei bambini vengono etichettate come “capricci”, ma sono generalmente qualcosa di più serio e di più importante.
Capire perché il bambino fa fatica a separarsi, in genere dalla mamma, anche in età della scuola dell’obbligo, da molte informazioni sulla situazione di quel minore, e molte indicazioni su quali possano essere i problemi di quella famiglia. Può succedere, in determinate situazioni, che il minore venga invaso da ansia e paura per ogni separazione anche una volta diventato grande, fino ad arrivare a sviluppare per esempio una vera e propria fobia per la scuola (rifiuto di andare a scuola per non doversi separare dalla mamma). Quando dietro a queste situazioni si celano problemi seri, è sbagliato arrabbiarsi con il minore. Occorre capire e poi modificare le dinamiche familiari all’origine del problema.
L’intervento psicologico in  queste situazioni è molto importante, a volte assolutamente indispensabile per evitare di creare nel minore l’instaurarsi di un problema che poi diventa difficilmente superabile.
I bambini con ansie esagerate nelle separazioni diventano spesso adulti ansiosi ed insicuri, che hanno sempre paura di essere abbandonati, traditi, non amati. Possono, se diventano a loro volta genitori, avere dei problemi nelle relazioni con i proprio figli dai quali potrebbero fare fatica a separarsi.

IN SINTESI

E’ importante stimolare nel bambino l’amore per le proprie radici: dapprima i genitori ed i parenti, poi l’ambito degli amici, poi la società, poi la nazione, la propria cultura, ecc.
Il processo sarà più rapido e sicuro se i bambini sono sereni in compagnia di altre persone (anche in assenza della mamma), poiché hanno avuto queste esperienze di relazione positive con altri, fin dai primissimi mesi di vita.  Spesso sono i genitori ad essere “attaccati” ai figli e la vera ansia da separazione attanaglia loro non i bambini.

I bambini che sono attaccati in modo sicuro all’età di 12-18 mesi hanno maggiore capacità di risolvere i problemi all’età di 2 anni e sono più creativi nel gioco simbolico. Risultano essere tranquilli nel prendere iniziative, sicuri, curiosi e pronti ad imparare. Invece i bambini con attaccamento insicuro risultano meno decisi, esitano a prendere iniziative, sono meno curiosi e meno interessati nell’apprendimento. In età adulta, una ricerca effettuata su un campione di studenti universitari mostra che: coloro che ricordano la loro relazione di attaccamento primario come stabile e sicura vengono giudicati meno ansiosi e meno ostili dai coetanei ed hanno una minore probabilità di solitudine e di disagio personale dei compagni che descrivono le loro storie di attaccamento primarie come insicure.

Cloude Du Mont

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