Bambini e colori

Li abbiamo accompagnati, fino alla classe. Abbiamo conosciuto le maestre e ci siamo accertati che non fossero arpie come quelle di Patato Piccolo dell’anno scorso.
Ci siamo guardati intorno, per capire il livello della scuola, e ci è sembrato alto: magari se le insegnanti sono ricche fanno questo mestiere anche per passione e non per uno stipendio.
Abbiamo constatato che non siamo solo gli unici italiani della scuola, siamo (a meno di due bimbi ucraini di 2 anni e mezzo) gli unici bianchi di tutto il complesso (che va dal nido al liceo, mica niente), in questa scuola non ci sono neanche libanesi.
Ci siamo riempiti il cuore nel vedere che la diversità non ha causato diffidenza ma curiosità.
Li abbiamo lasciati andare, incoraggiati a lasciare quelle mani che non vorremmo lasciassero mai ma che è giusto lasciare, le nostre.
Abbiamo visto insegnanti bianche, francesi probabilmente: nell’altra scuola non ce n’erano.
Siamo tornati prima e abbiamo spiato attraverso i riflessi sui vetri il figlio piccolo che giocava coi compagni in cortile con l’accortezza di non farci vedere (ovviamente tutto il personale della scuola ci ha preso per pazzi, temo) (no, ovviamente, non conoscono le mamme italiane).
Ci siamo stupiti della quantità di genitori visti in questi primi 3 giorni di scuola: il livello culturale è più alto, qui c’è più gente che segue i figli, ci piace.
E ci siamo tolti un peso dal cuore, o per lo meno lo abbiamo alleggerito un bel po’.
E la fra, in mezzo alla moltitudine di bambini e ragazzi, tutti in divisa, tutti ad imparare, tutti a lavorare per costruirsi qualcosa, si è come sempre emozionata e commossa.
Qui studiare, studiare bene, non è affatto una cosa scontata. Per avere un livello di preparazione occidentale devi andare in costose scuole private, una cosa del tipo che la retta mensile è più alta dello stipendio medio di un’insegnante autoctono: c’è chi non ha problemi e chi invece fa un sacco di sacrifici perché ci crede che il cambiamento passi attraverso la preparazione e la cultura.
Come sempre il paragone ti sale spontaneo: noi siamo pronti a lamentarci delle nostre scuole in Italia ma avere delle ottime scuole statali e dover comprare solo il materiale scolastico è qualcosa che vuol dire che lo Stato investe, per noi. E scopri qui, in mezzo a un cortile di un complesso scolastico privato dall’altra parte del mondo, che non è affatto poco. Che dovremmo essere grati, invece di lamentarci di dover comprare la carta igienica.
Che, avendo tanto, è facile porre lo sguardo su quel (poco) che non hai. Che se pensiamo a ciò che abbiamo e soprattutto a ciò che possiamo offrire ai nostri figli è comunque tanto, sempre e comunque.
E soprattutto, la fra pensava, che questi bimbi, i miei, i loro, sono il futuro ed è meraviglioso vederli insieme senza malizie e diffidenze, dando alla pigmentazione della pelle il suo esatto significato: un colore.
E la fra sono giorni che si canticchia dentro una meravigliosa canzone di Gino Paoli che esprime esattamente quello che lei pensa di tutto questo:

Ma è vero che il colore è solo luce
e la luce è la speranza
e che siamo noi la speranza
camminando noi
verso il sole
verso il sole che salirà

La fra ci crede.
Ancora.
Sempre.

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Informazioni su cescar76

Architetto per scelta, mamma a tempo pieno, scrittice per passione, blogger per divertimento, artista per vocazione, vivo felice nella mia Tana Africana con un Marito Paziente e due Patati che adoro.

Un Commento

  1. Sigh… Buon anno scolastico!

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