I diari dell’infertilità: la fine e l’inizio del percorso

I diari dell’infertilità – Guida pratica per coabitare felicemente con una cameretta inspiegabilmente vuota

Final Chapter – Un privilegiato

Quando io e mia moglie, ritenendoci di nuovo una coppia unita a sufficienza, abbiamo deciso di riprendere il cammino pro-gravidanza, erano maturi i tempi per la FIVET/ICSI. E nel centro pubblico che ci ha seguito in prima battuta – benissimo sul piano medico, direi oggi, e malissimo sul piano psicologico – ne abbiamo tentate due, una più fallimentare dell’altra, nell’arco di pochi mesi. Nel primo caso un paio di ovuli buoni c’erano ma non si sono fecondati; nel secondo, forse troppo ravvicinato e quindi inadeguato per i livelli ormonali di mia moglie, neppure gli ovuli buoni, si son visti. La cosa più shockante, in entrambi i casi, è stata non tanto il fallimento (che ci può sempre stare, perché da quando lo fecondi a quando nasce il bimbo, i rischi di intoppo sono molteplici e ben noti), quanto l’espressione facciale dell’equipe medica al completo nel dirci “viste le vostre buone condizioni generali e l’assenza di altre anomalie, non possiamo attualmente spiegarci perché a voi accada questo, è una questione genetica che va oltre le possibilità odierne di comprensione: se volete un figlio dovete rivolgervi all’eterologa”. Pessimo approccio: dopo due anni di esami, non eravamo mai minimamente stati avvicinati all’ipotesi che ci potessero essere altre eventualità che quegli esami potevano non rivelare. Quell’espressione esterrefatta di chi ci teneva in cura è stata forse una delle cose più brutte mai capitateci nella vita. E ci ha portato a pensare “hanno sbagliato tutto, non è possibile, la risposta non è sufficiente, facciamoli chiudere, sfondiamogli le finestre della clinica a sassate, impicchiamoli in Piazza Verdi”.

Tant’è; per avere una risposta finale, siamo andati dal nome dei nomi, quello che comincia per A.

Come quasi tutti sanno, A. è un illuminato ed eminentissimo matto scocciato che dice esattamente tutto quello che gli passa per la testa, e se deve andare a fare un convegno in capo al mondo, urlando caccia via la gente in attesa da ore e quando poi gliene chiedi i motivi ti risponde candido “io sono l’unico del mio livello che ti segue personalmente, gli altri fanno solo il convegno e a te non ti pensano proprio”… è uno che se ti innervosisci ti manda a fare in culo, e quando poi un minuto dopo ti scusi e fai presente che non ce l’hai con lui ma con la situazione, ti stringe la mano e amici come prima. Insomma, al di là di tutto A. si è meritato la nostra imperitura simpatia, anche se nei fatti ci ha riservato un trattamento costato un sacco di soldi e che è finito esattamente come l’altro, con ovuli apparentemente buoni ma la cui fecondazione non si attivava. Era giusto provarci, perché altrove certi accertamenti erano stati un po’ superficiali, e un loro errore era plausibile. Ma quando persino A. ti dice “ragazzi, purtroppo la scienza genetica sta all’ABC, oggi come oggi. Non esiste modo di comprendere certi meccanismi interni della riproduzione delle cellule embrionali… se ritenete di rivolgervi alla fecondazione eterologa, avete tantissimi anni davanti a voi. Nel frattempo, l’essenziale è che stiate bene”: quando pure A. ti dice questo, hai avuto la tua risposta finale, dopo cinque anni. E la risposta è una schifezza: un figlio che sia un mix dei cromosomi del marito Emanuele e di sua moglie probabilmente non esisterà mai.

Perché intitolo quest’ultimo capitolo “un privilegiato”? Perché lo sono. Definito il termine “fallimento”, il nostro non lo è, nel modo più assoluto. Fallimento, anche giuridicamente, è perdita di molte tue libere facoltà, spossessamento, esposizione totale a chi aspetta qualcosa da te. Noi, tanto per cominciare, abbiamo avuto una sorte che ci ha forgiato: ad ogni passaggio che ho descritto sopra, ed erano sonore mazzate tutte le volte, nell’arco di due o tre giorni siamo tornati a sorridere, a parlarne serenamente, a vederla con ottimismo e, principalmente, a guardare avanti, oltre, al prossimo passo. Prima non ne saremmo stati capaci. Addirittura, pochi minuti dopo essere usciti per l’ultima volta dallo studio del Prof. A., ci siamo fatti due passi, siamo andati a cena fuori a festeggiare la nostra “risposta”, e quasi non ci abbiamo pensato più, pervasi da un senso di liberazione e serenità che nemmeno quando ci siamo laureati abbiamo provato. Se dico “minuti”, intendo letteralmente “minuti”. Il percorso così come l’avevamo iniziato era finalmente ultimato, ed io ero a cena con questa bella donna, che nel frattempo aveva curato alcune ferite dell’anima e quindi era tornata quasi più bella di prima, e stavamo bene, e pensavamo che del patrimonio genetico tutto sommato ci interessava ben poco.

E già: non consideriamo più fondamentale che nostro figlio abbia il nostro DNA, i nostri occhi, i nostri capelli, i nostri nei. È per questo che la fecondazione eterologa (estera) al momento l’abbiamo scartata: il desiderio di una gravidanza da parte di mia moglie non è prevalente rispetto al desiderio di essere genitore, e a nessuno dei due piace l’idea che un erede abbia i propri occhi ed invece i nei di qualcuno che non abbiamo neppure mai visto. O è nostro nostro, o ce lo prendiamo “già fatto”, che esista già, con tanto di bisogno reale di una famiglia che l’ami. Sono sicuro che se sarà questo il nostro destino, guarderemo al nostro figlio adottivo benedicendo il dio che ci ha fatto non fertili, perché altrimenti non l’avremmo mai conosciuto.

Magari nel tempo cambieremo idea sull’eterologa, chissà. Quando saranno passati cinque anni da oggi, avremo l’età di tanti che iniziano ad approcciarsi al problema dell’infertilità… potrebbe essere accaduto di tutto, nel frattempo, e potremmo essere cambiati noi. C’è tempo. Dopo anni in cui ci sentivamo agli sgoccioli, improvvisamente abbiamo fiumi, mari, oceani di tempo davanti. Questo futuro così sconfinato è parte del privilegio. E lo chiami fallimento?

Del resto, si può non essere riusciti ad avere figli ed essere stati schiacciati da questo, oppure aver visto tutto il buono che in questa situazione esiste. Perché di buono, inutile essere ipocriti, ce n’è tanto. C’è tutto quello che i genitori non hanno più, per esempio, e che quando ce l’avevano gli faceva sicuramente comodo, seppure non lo rimpiangano per le tante soddisfazioni che la genitorialità regala loro: la libertà di campare più tranquillamente, di investire più tempo su se stessi, di potersi concedere qualche sfizio che pannolini e poppate ti impediscono, fisiologicamente. Il privilegio è di non sentirsi più in colpa, o addirittura in difetto, se queste libertà ce le hai ancora mentre intorno a te la gente se n’è privata volontariamente. Superata l’educazione culturale del “sacrificio per i figli” per dare un senso all’esistenza, che era il nostro imprinting di partenza, oggi siamo nella ridente fase del “potrei avere anche dieci figli, ma qui dentro di me ci sto sempre e solo IO, ed è a me, prima degli altri, che devo voler bene”. Così poi abbiamo più spazio per gli altri. Siamo cambiati. Non so se siamo migliorati, ma senz’altro ci sentiamo meglio. Un amico mi raccontava che a causa della nascita della prima figlia si stava lasciando con la moglie. Io mi ci stavo lasciando per via della NON nascita del primo figlio. Alla fin fine, ho ben capito come l’essere umano sia abilissimo a trovare motivi per guastarsi la vita, ed a costringersi a farci i conti… noi non avevamo assolutamente la statura e la fibra per sopportare l’impatto della genitorialità, e prova ne è stata la crisi conseguita alla sua assenza.

Abbiamo espunto le nostre famiglie d’origine dalla nostra famiglia attuale. Erano e sono persone splendide tutti quanti, sebbene per tante vicissitudini della vita si siano costretti, tutti, ad esistere in funzione di qualcun altro. A non vivere questa dedizione come un dono, ma come un sacrificio essenziale per potersi dare un significato al mondo. A noi questa sorte deleteria è stata negata. Siamo più che convinti di essere in grado di dedicare quella fondamentale mezz’ora ogni tanto al nostro esclusivo benessere, anche (se e) quando saremo in tre, o quattro, o sei. Di donare ai nostri futuri eventuali figli una coppia di genitori più liberi e felici di quelli toccati a noi, che magari ti idolatrano un filino di meno, ma che ti consegnano, se non i propri cromosomi, quantomeno il messaggio che la tua felicità personale, da conquistarti nel tuo personale modo tramite la tua personale battaglia, è il traguardo più grande, ed è raggiungibile. C’è una frase che gira su internet, attribuita, non so se correttamente, all’evergreen John Lennon, con la quale mi piace chiudere questo percorso nella mia personale storia: “una volta la maestra mi diede da scrivere un tema su cosa volevo essere da grande. Io scrissi ‘felice’. La maestra mi disse che avevo sbagliato tema. Io le risposi che aveva sbagliato vita”. Che sia di Lennon, o di un impostore, penso che abbia ragione da vendere.

 

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