Mente da educatrice & cuore di mamma

Ricordo ancora quando il nostro professore di pedagogia, all’ultimo anno del liceo, ci chiese in che ambito avremmo voluto lavorare un giorno. Ricordo ancora di aver sussurrato ai miei compagni di banco: “Beh, io non andrò a lavorare coi bambini…”. A diciannove anni ero convinta che una professione legata al mondo dell’infanzia sarebbe stata riduttiva. Mi chiedo ancora adesso come mai ricordo così perfettamente il momento in cui pronunciai quella frase con tanta convinzione.

Ci furono poi gli anni all’università, quelli con il sogno di diventare una giornalista della carta stampata – perché scrivere era la mia più grande passione -, ma mi dividevo tra le ore di studio e le ore passate con alcuni bambini del paese a far loro da baby sitter. Lo facevo volentieri, mi è sempre venuto naturale parlare coi bambini, osservarli con interesse, trascorrere del tempo con loro al parco giochi mentre le mamme e i papà erano a lavorare, disegnare e giocare con loro o leggere loro una storia prima di addormentarsi. Ero convinta però sarebbe stato qualcosa di provvisorio che avrebbe conosciuto prima o poi uno stop.

Poi l’incontro con la possibilità di fare supplenze in un nido di un paese vicino. Ero curiosa di provare, ma solo per poter guadagnare qualcosa e concludere gli studi. Ormai ne sono convinta, ci sono dei momenti che diventano ricordi indelebili. Ricordo perfettamente il mio ingresso quella mattina del 2003 in quel nido. Varcata la soglia dell’ingresso ho subito respirato una calma e un’aria distesa e rilassata che subito me ne sono innamorata. E dentro di me mi sono detta: “Anch’io voglio essere come questo posto: calma e distesa.” Mi sono messa subito al lavoro con la mia inesperienza, ma con la voglia di assorbire tutto da quel luogo. Ero affascinata dalle educatrici di quel nido. Così tranquille e serene in mezzo a così tanti bambini. Così attente ai loro bisogni, sempre chine o sedute per terra a cantare con loro, a giocare, a osservarli, a lasciarli far da soli. Non ho mai dimenticato quei giorni. È stato un imprinting per me.

Poi la vita è fatta di segni. E nemmeno un mese dopo mi offrono di lavorare sei mesi con loro. Mi dico: “Perché no? Si tratta solo di sei mesi…”. Quei sei mesi sono stati i mesi più intensi della mia vita: lavoravo e apprendevo da quelle colleghe, osservandole, come stare coi bambini, come si è educatrici, come ci si relazioni con così tante famiglie inevitabilmente diverse. Quei sei mesi si sono trasformati in un contratto a tempo indeterminato che ho accolto con gioia perché semplicemente avevo scoperto che quel mondo si sposava perfettamente con il mio modo di essere e con quello che professionalmente ero in grado di diventare. Ho letto un sacco di libri, ho fatto milioni di domande alle mie colleghe. Ero affascinata dal loro modo di saper parlare dei bambini e con i bambini, del saper mediare con le famiglie, del sapere riportare ai genitori un racconto della giornata dei loro bambini.

La mia identità di educatrice si è formata giorno dopo giorno, con intensità. Mi rendevo conto di quanto il mondo del bambino, specialmente fino ai tre anni, fosse così meraviglioso e complesso. Osservavo mamme naturali e spontanee, mamme più in difficoltà a separarsi dai loro bambini; genitori che si fidavano di me all’istante, altri in cui avvertivo più titubanza. Non so quante volte, nel conoscere una nuova mamma e nel prepararla all’ingresso del suo bambino al nido, mi sono sentita chiedere: “Ma tu hai figli?”. Con un sorriso rispondevo serenamente :”No…”. E andavo avanti col mio discorso. Sapevo quanto li avrebbe tranquillizzati una risposta opposta e mi chiedevo come mai facesse differenza per alcuni genitori essere a conoscenza del fatto che fossi mamma o meno.

Ho sempre dato il meglio di me come educatrice, convinta che al centro di ogni mio agire ci dovesse essere il ben-essere del bambino. Quanti colloqui, quante ore passate ad ascoltare quelle mamme e quei papà. E nei loro discorsi respirare le loro storie, le loro ansie, le loro gioie, le loro preoccupazioni, le loro domande. E spesso ero felice di poter fornire un’indicazione, di dare dei consigli. Quante volte ho suggerito di far evolvere un bambino troppo spesso nel lettone di mamma e papà; quante volte ho insistito sull’importanza delle regole come contenimento anche mentale per il bambino; quante volte ho detto ai genitori: “A quest’età un bambino fa così e così…”.

Mi sono sempre chiesta, nello stare quotidianamente con i bambini – e negli anni sono stati tanti – come sarei stata come mamma. Sarei stata come la mamma di Pietro o come la mamma di Anna? Mi piaceva il modo della mamma di Giulia, mi obbligavo a non diventare mai come la mamma di Alessandro. Ammiravo la tenacia della mamma di Sofia, mi stupivano le difficoltà della mamma di Nicolò. I pensieri erano tanti, fantasticavo e non immaginavo che solo 9 anni dopo aver intrapreso quella professione, alla soglia dei 30 anni, quel mondo visto dal mio nido mi avrebbe travolto in prima persona. A dicembre 2012 anch’io sarei diventata mamma. Toccava a me questa volta!

Durante la gravidanza ho scelto di non leggere nessun manuale. Non credo nelle ricette preconfezionate uguali per tutti. Ho voluto godermi la gravidanza concentrandomi sulle sensazioni, sulle emozioni, sul mio fantasticare. Per farlo al meglio ho tenuto un diario personale, con i miei racconti. Quanta paura i primi mesi: che mamma sarei stata? Questa era la mia più grande preoccupazione. Vedermi sempre come educatrice non lasciava molto spazio al vedermi come mamma. E quei nove mesi mi sono serviti tutti per dare tempo al mio essere educatrice di farsi da parte – con un po’ di fatica – e di far entrare i pensieri di una neo mamma pronta ad accogliere la sua bambina.

Ed è nata Carolina. La bambina più bella che io avessi mai visto. Riemergevano nella mia testa tutti i racconti che negli anni avevo ascoltato sull’esperienza del parto. Ora so che il parto è solo tuo. Ogni mamma ha il suo racconto, la sua personale esperienza e il suo unico e meraviglioso bambino. Per quanto fossi curiosa di conoscere quel “dolore bellissimo” che tante mamme mi descrivevano, solo vivendolo ho potuto afferrarlo nella sua essenza più profonda e sconvolgente. L’incontro dei miei occhi con quelli di Carolina è stata la sintesi di tutta una gravidanza e il sigillo del mio essere finalmente

Ero preparata a molti aspetti. Primo fra tutti, che non bastasse essere educatrice per sapere già tutto. Esemplare era stato una volta il racconto della mia collega al primo cambio di pannolino della sua bambina in maternità: certa di essere ben esperta si era sentita correggere dalla puericultrice nei gesti che stava compiendo e lì aveva capito che non è essere educatrici che ci fa essere più preparate rispetto alle altre mamme. Ed anch’io in quei giorni ricoverata in ospedale osservavo quelle mamme alla prima esperienza di un figli come me che sembravano molto più rilassate di me. Me ne sono accorta fin dai primi giorni a casa di quanto nella mia testa albergassero e aspettative sul mio rapporto con Carolina: volevo essere per lei una madre ammirevole, il più possibile protesa alla perfezione. Lo negavo e lo affermavo a me stessa in continuazione. Una parte di me voleva che tutto andasse secondo il pensiero dell’educatrice che c’era in me, un’altra parte voleva che fossi più istintiva, che fossi più attenta a ciò di cui aveva davvero bisogno quella bambina lì davanti a me.

In concreto: io che mi ripetevo già dalla gravidanza tutti quei paletti che non avrei mai oltrepassato, fedele ai miei principi educativi appresi come educatrice, li ho in realtà buttati giù. Convinta che Carolina non avrebbe mai toccato il lettone mio e di Tommaso, ho in realtà scoperto quanto fosse dura per me saperla in un lettino lontana da me. Avevo l’impressione che le mie convinzioni pedagogiche mi imprigionassero e non mi permettessero di fare la mamma alla luce delle mie emozioni. Col senno di poi sono felice di aver ceduto a quelle emozioni così fragili. Carolina i primi due mesi ha passato alcune ore nel nostro letto e io non ne sono pentita. Non sento di averla danneggiata perché sentivo che anche lei aveva bisogno fossimo così vicine. All’inizio mi sentivo di sbagliare, ma di non riuscire a farne a meno. Ero molto combattuta. Ora penso invece che essere mamma non è fare cose giuste o sbagliate, ma agire seguendo ciò che si sente dentro e che solo una mamma sente. Nel mio caso essere mamma è una continua mediazione tra i pensieri di un’educatrice e quelli di una mamma alla sua prima esperienza. Ho capito che devo tollerarmi. Alcune volte la mia esperienza di educatrice e il mio sapere pedagogico è di aiuto, altre volte – non spaventatevi – di ostacolo. Semplicemente perché fa pensare troppo. E quando si pensa troppo non si gode del momento unico e irripetibile che ci offre il bambino che abbiamo davanti.

Sara

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Un Commento

  1. StE

    Mi hai commosso tantissimo nella parte finale. Quoto pienamente la frase ” Ora penso invece che essere mamma non è fare cose giuste o sbagliate, ma agire seguendo ciò che si sente dentro e che solo una mamma sente. ”
    i sensi di colpa però sono dietro l’angolo, sempre.
    Perché?

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