La dura esperienza dei gonfiabili

gonfiabiliSe hai uno o più figli ti può capitare con ricorrenza stagionale di portare la prole a divertirsi ai terrificanti “giochi gonfiabili”!

Queste aree ludiche pensate per i più piccini hanno il punto di interesse principale in alcune enormi strutture, per l’appunto, gonfiabili dalle fogge più bizzarre. Castelli, velieri dei pirati e balene gigantesche che prevedono l’ingresso dei bambini dal retto del cetaceo e la loro “emissione” dalla capace bocca irta di fanoni fatti di gommapiuma. Quest’anno ho scoperto che l’attrazione più gettonata è un gigantesco “cesso” (in senso letterale) che consente l’entrata dei pargoli in corrispondenza della “seduta” e la loro evacuazione direttamente dallo scarico. Mi rendo conto che ciò possa sembrare aberrante ma i piccoletti sembrano divertirsi un mondo.

Nonostante le severe norme di sicurezza di questi luoghi l’imprevisto è sempre in agguato. Ho visto con i miei occhi bambini di un metro e dieci letteralmente sparati in orbita dai divertenti tappeti elastici e genitori terrorizzati che tentavano la parata in elevazione. Ho assistito a pestaggi organizzati tra babygang con età media di 4 anni con la stessa inaudita violenza di Rollerball, e posso testimoniare che ieri sera almeno un paio di papà stressati hanno riportato a casa il bambino sbagliato a causa della trasfigurazione facciale che accomuna tutti i ragazzini dopo mezz’ora di “gonfiabili”.

E’ fatto obbligo al piccino che accede alla struttura di levarsi le scarpine, la pratica moquette “fintoerba” che ricopre la zona è in grado di proteggere le loro delicate estremità. Ma il vero attentato ai piedi dei piccoli clienti è messo in atto dalle macchinine a pedali!

Immaginate venti nanetti  che tutti insieme sfrecciano pedalando (a piedi nudi). Dopo pochi minuti la ruvida plastica dei pedali ha ragione del loro epitelio ed iniziano le prime vesciche dolorose. Dalla vescica al sangue il passo è breve ed in poco tempo la pista delle macchine si trasforma in un girone infernale con strisce di sangue  che segnano  il passaggio dei piccoli piloti, gemiti, pianti e mamme che si attaccano al cellulare per consultare il pediatra di fiducia.

In questo clima di dolore e sofferenza i bimbi si trovano tutto sommato a loro agio finché non si profila all’orizzonte un classico personaggio di questo ameno luogo: il bambino altissimo, grassottello e stupido. Questa curiosa creatura si muove con la grazia di un caterpillar guidato da Wanna Marchi e riesce a fare i danni peggiori quando si unisce ai più piccoli su una superficie rimbalzante. Il gigante si catapulta a bomba sul gonfiabile e vedo partire verso il cielo nell’ordine: bambina con codini e apparecchio dentale, mio figlio (che riesce a farmi ciao con la mano durante il decollo) ed un ragazzino, ancora sanguinante per il precedente giro sulle macchine, che lascia nell’aria una caratteristica scia rossa sul tipo di quella delle Frecce Tricolori.

Poco dopo il gigante, sfiancato, si ammansisce e si va ad accasciare ansimante in un angolo in disparte. Io recupero mio figlio che sembra una soppressata bollita nel catrame ed incrocio lo sguardo del papà del bimbo Freccia Tricolore che sornione mi dice : “eh.. ai nostri tempi queste cose non c’erano! Avevamo solo il calcetto balilla.”

Il mio cervello non è acceso ma la mia bocca risponde in automatico : “pensa che gran culo abbiamo avuto..”.

Riccardo Pizzi

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